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Pensieri - Storia, attualità, cultura

Lavoro - In questa organizzazione sociale, il lavoro, considerato in se e per se,  dovrebbe avere una valenza meramente difensiva, dovrebbe essere uno strumento per soddisfare bisogni elementari, per la sopravvivenza. Bisognerebbe sapere che quanto viene fatto in più soddisfa bisogni estranei, serve prima di tutto a soddisfare l'arricchimento, l'accumulazione e il piacere altrui. Per essere chiaro, del padrone. Chi si comporta in modo difensivo nei confronti del lavoro dimostra di essere sano di mente, cioè, dimostra di amare la propria coscienza genuina e quindi di avere una filosofia "anti aziendale", e viene considerato un sovversivo, un virus da eliminare, forse, addirittura un pazzo.

In un altro contesto, non so definire quale, il lavoro dovrebbe dare una sensazione di utilità sociale e di soddisfazione personale. Invece, in questo contesto, quello del capitalismo e dell’impero, l'atteggiamento "produttivo" è solo il frutto di una coscienza malsana, riflette l’adesione all'ideologia aziendale, a disvalori basati sull'egoismo, l'individualismo agonistico e l'inconsapevolezza, l'insensibilità sociale, l'aggressività contro il compagno di lavoro. Il temibile potenziale "concorrente". In una parola, esprime la sottomissione all’ideologia materiale del capitale.

 

Lavoro - Non vi è scampo. L'attività produttiva, che dovrebbe essere uno degli elementi qualificanti dell' uomo, è diventato il mezzo per incassare la quantità di denaro qualificante socialmente e personalmente, cioè la quantità di denaro che consente l’acquisto di beni di consumo che qualificano socialmente, che consente uno stile di vita volto a soddisfare bisogni fittizi e idioti, suggeriti da media asserviti e ipnotici ai quali nessuno sfugge. Che servono ad  affermare se stessi vendendosi, in una catena di frustrazioni alienante e alienata che sancisce il momento della coscienza falsificata. Gli altri aspetti della nostra personalità, legati a bisogni naturali come mangiare, dormire, fare all'amore, sono ridotti anche questi a momenti di consumo indiscriminato, secondo liturgie stabilite dal media, o dai modelli eccelsi (i vip) oppure sono considerati alla stregua  di attività stupide e improduttive.

A questo meccanismo diabolico che incatena la vita a schemi di comportamento assurdi, basati sulla rinuncia a quelli che sono i bisogni primari dell’uomo e sull’enfatizzazione di tutto ciò che è effimero e sciocco, non sfugge nessuno, nemmeno i più ricchi.

 

Non sfuggono nemmeno coloro che ritengono di essere soddisfatti del loro lavoro: ricconi sfondati, creatori di ricchezze che gli va bene tutto quello che toccano, intellettuali, creativi, attori, registi, fotografi, creatori di moda, modelle/i, giornalisti…..

L’alienazione e la deprivazione di se colpisce tutte le categorie costringendo entro barriere comportamentali sempre più rigide, assumendo l’aspetto di tic maniacali, fobie, incapacità di rapporti e così via. Certo questo, apparentemente è meglio che essere nella pelle uno zingaro rumeno o ungherese, o di un “balsero” dalla Tunisia o Libia o Albania o Turchia o Pakistan o qualsiasi altro paese sfigurato del mondo. Diciamo che non ne ha la quotidiana drammaticità. In costoro la spiritualità viene spazzata via da una vita randagia e miserabile, dalla quotidianità dello spavento mortale, talché spesso la loro (sono una percentuale alta di umanità) esistenza non è nemmeno paragonabile a quella delle gazzelle Taylor nella savana. Perché le Taylor, almeno, finchè non avvertono il ruggito del leone oziano e pascolano tranquillamente.

Anche i vip  hanno le loro barriere, un elevato livello di alienazione, frustrazioni a mala pena ricompensate da atteggiamenti paranoici e da un elevato consumo di coca.

Cosa costringe il ricco a stressarsi sempre sul jet per visitare le venti o trenta ville che ha in tutto il modo? Perché le possiede? Non potrà vivere più di una vita. Cosa è se non un acquisto dettato da una spaventosa ansia, una febbre da possesso incoercibile, una nevrosi da acquisto che suoni conferma della propria esistenza? Il denaro, quando è troppo, prende il sopravvento sul suo possessore e lo possiede, anima e corpo, lo devasta e lo annulla. E la sua, del ricco, diventa una esistenza essenzialmente votata a dimostrare la propria esistenza. Infatti, deve dimostrare di esistere e di non essere solo una appendice del proprio capitale. Un accessorio, Come in fondo è vero e anche giusto, perché è evidente che la maggior parte dei suoi averi gli sopravviveranno, in un modo o nell’altro! E per quanto ammassi, compri, abbia, possegga, consumi..…..rimarrà sempre e solo se stesso. Uno. Uno solo. Per quanti schiavi abbia intorno avrà una sola vita e per quanto possa comandare potrà solo o fare molto danno agli altri e allora sarà odiato e considerato una merda da tutti quelli che hanno pensieri sani, o farà del bene. E in questo caso sarà apprezzato solo nella misura in cui si disfarrà dei suoi averi, che gli donano tanto piacere e che gli hanno rubato l’esistenza. Non solo, ma vivrà nella torre più o meno eburnea dove non riuscirà mai a capire se il figlio gli sorride pensando all’eredità o se gli vuole bene davvero e lo stesso per la giovane moglie (la vecchia l’ha “data dentro” da tempo), sorella eccetera.