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11.”Terribile l’ira del mansueto” (Antico Testamento). Elogio del “canaro” - Tutti hanno deprecato a suo tempo il terribile delitto detto del "canaro", ma forse più per la terribile modalità dell'azione che nella sostanza. Che cosa poteva fare? Erano anni che questo disgraziato abitante di una borgata romana veniva tormentato da un ex pugile che lo picchiava, lo umiliava, gli estorceva denaro, lo prendeva in giro. Le sue denuncie all'autorità si risolvevano in ulteriori "sedute" a base di botte e prevaricazioni, nessuno lo difendeva da questo nerboruto prepotente. La goccia che fece traboccare il vaso fu la crudele e sadica uccisione dell’adorato cagnolino del Canaro da parte dell’ex pugile. Un delitto per dispetto.
Non gli restava che l'omicidio. Una vera e propria legittima difesa, anche se premeditata. Certo, il delitto è stato orribile, dice qualcuno. Ma tutte le uccisioni sono orribili. Non esistono "delitti civili", e il canaro non poteva comportarsi altrimenti. La sua sopravvivenza era legata alla soppressione del suo tormentatore. La premeditazione era connessa alla riuscita del piano, data la forza della vittima. Malgrado la premeditazione, il delitto del canaro rientra sicuramente fra quelli che Sade giustifica come "passionali". Secondo il marchese solo i delitti passionali, quelli dettati dallo "scatenamento" dei sensi e degli istinti hanno una giustificazione. Sono quei delitti che presuppongono un "colpevole" che si assume delle responsabilità e corre dei rischi. Non solo, ma il Canaro uccide per salvare la misera qualità della propria vita. Sade detesta i delitti di "ragione", le uccisioni che garantiscono l'innocenza dell'assassino. Come nel caso delle condanne a morte. Secondo Sade, il giudice e il boia sono assassini considerati "innocenti". Certo, la crudeltà va condannata. Delitto passionale, secondo Sade, e sadismo nelle modalità dell'esecuzione. In questo caso del canaro, solo in quelle. Perchè trattarlo come un comune malfattore? E poi l'efferatezza del delitto era il sintomo della tremenda passionalità. Il canaro non ne poteva proprio più, era esasperato, è esploso come una molla troppo tesa. Per questo, bisognava condannare il canaro solo per aver esagerato. Di questo, certamente, in seguito si sarebbe pentito. Invece, avendo subito la condanna più pesante, l'efferatezza del delitto, l'aver "colmato la misura" sarà la sua sola fonte di soddisfazione, l'unica cosa che gli renderà meno amara la detenzione.
Da tempo De Negri subiva prepotenze ed angherie da Giancarlo Ricci, che gli chiedeva tangenti ed al contempo gli forniva cocaina a credito, ottenendo pagamenti con minacce e percosse. Il 18 febbraio 1988 Ricci si presentò per l'ennesima volta nel negozio di Pietro De Negri per esigere altro denaro. Questa volta, però, De Negri aveva organizzato una trappola contro il suo aguzzino: gli disse che aveva bisogno del suo aiuto per rapinare uno spacciatore di cocaina che sarebbe dovuto arrivare poco dopo nel negozio. Pietro disse a Ricci di nascondersi all'interno di una gabbia per cani. Una volta chiuso Giancarlo nella gabbia per cani, il Canaro chiuse i chiavistelli. Sotto effetto di cocaina, De Negri sottoporrà Ricci a torture e sevizie per sette ore prima di ucciderlo. In questura dirà:
Alle tre del pomeriggio incominciò la tortura. De Negri tramortì il Ricci con una bastonata in testa, lo tirò fuori dalla gabbia e lo legò, poi gli troncò le dita, gli amputò orecchie e naso e gli tagliò anche i genitali. Per impedire emorragie dalle ferite, uccidendo troppo in fretta la vittima, cauterizzava con della benzina a sua volta incendiata. Il De Negri teneva acceso il proprio stereo a volume altissimo, come era sua abitudine, coprendo le grida di Ricci, motivo per il quale egli poté operare indisturbato, senza che nessuno dei vicini potesse udire alcunché. Verso le quattro del pomeriggio De Negri interruppe il suo macabro lavoro perché doveva andare a prendere la sua bambina di sette anni che usciva da scuola. La salutò affettuosamente come nulla stesse accadendo e la accompagnò a casa da sua madre. Tornò infine in negozio dove Giancarlo era agonizzante e finì il lavoro. Ricci morirà soffocato dalle parti mutilate introdotte in bocca a forza. Alle dieci di sera, De Negri legò il cadavere, lo avvolse nella plastica, lo mise nel bagagliaio dell'auto e, arrivato alla discarica di via Enrico Cruciani Alibrandi nel quartiere Portuense, lo cosparse di benzina e gli diede fuoco. |



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