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9 Vista l'ampia convergenza di opinioni circa l'appetibilità del capitalismo e dei suoi modi di vita, cerco di sentirmi parte felice di un "tutto" rassicurante.
La schizofrenia del "sistema" garantisce un ventaglio di stati d'animo diversi, opposti. Sulla stampa, la catastrofe e il catastrofismo sono all'ordine del giorno.
La natura, con alluvioni, terremoti, maremoti, eruzioni; l'economia, con la crisi generalizzata o imminente; la politica, con scandali, liti, omicidi, golpismo, trame segrete, guerre, massacri.
Natura e pseudo-cultura sembrano prospettare uno scenario apocalittico, cui si aggiunge la sessuo-mania-fobia delle gerarchie religiose e delle classi che vivono il sesso come attentato alla moralità.
In Occidente e nel mondo cristiano (in particolare cattolico) sembra acquisita la proibizione ecclesiatica di fornicare fuori del matrimonio, eventualmente a farlo solo senza preservativo, e mi stupisce che non aggiungano altre limitazioni come in bilico su un asse con un vaso in testa.
Nel mondo musulmano sembra lecito farlo raramente e controvoglia, oppure solo fra uomini, ma condannando l’omosessualità. In Turchia, a Istanbul l’ideale tebano del “battaglione sacro” viene rieditato in chiave moderna e si vedono spesso i commilitoni circolare mano nella mano. In Occidente, in Italia in particolare, nei quartieri frequentati da puttane, maschi e femmine, sembra che la gente ami passare la notte a vegliare, affacciata alle finestre, per scandalizzarsi nel controllare il traffico sessuale. Più o meno il clima è lo stesso sui mass media. Poi, la sera, tutti a puttane, in strada o in casa, al night, o alla bocciofila.
La repressione sessuale arricchita dei mezzi telematici, ingigantita dai Media ha assunto muscolatura e proporzioni da culturista. Eppure è sempre la stessa storia. Eh sì, la mamma o la zia ammonivano: "non ti toccare, San Luigi piange, ti casca il pisello, l'angelo soffia e la mano resta attaccata, diventi cieco, ti viene la TBC...", e via educando. Che nostalgia. In questo senso le fiaccolate anti-commercio del sesso fanno tenerezza. E che belle idee che hanno! Fotografie dei "peccatori", messe alla berlina, dispiegamento di forza pubblica, ronde, pestaggi di travestiti, sequestro delle macchine dei clienti...
E tanta nostalgia per i casini, il regno della Destra post-nostalgica, il paradiso del gerarca, del balilla, della camicia nera, del goliardo. Il casino sta diventando una categoria romantica, mentre il tecnocrate futurista prefigura l’eros center. |
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6 l’ideologia del lavoro. Coloro che sono al massimo livello sociale hanno l’obbligo di possedere automobili costosissime (Ferrari, McLaren, Mercedes, Rolls Royce ecc) e del tutto inutili, enormi e costosissimi motoscafi (d’altura è l’insensato nome che li individua), devono trascorrere tutti insieme le vacanze (Sardegna, Bahamas ecc). Ma in posti predeterminati, dove possano essere “visti”, fotografati, filmati, altrimenti temono di non esistere e di non averle fatte, le vacanze. Il VIP ha perso la coscienza di esistere. Costretto continuamente al confronto con un capitale tanto più grande e duraturo di lui, è scomparso e ha l’impressione (e la conferma) di esistere, di essere al mondo, solo se viene percepito da meccanismi di ripresa e poi stampato sui giornali.
Non è finita. Le sue macchine possono raggiungere velocità stratosferiche, ma le strade e autostrade hanno limiti di velocità bassissimi e una densità di traffico da impedire qualsiasi evoluzione straordinaria. Dunque l’acquisto di queste vetture, a cui nessun altolocato si può sottrarre, serve solo a soddisfare il prestigio sociale, insieme alla proliferazione di abitazioni personali (quindi non come investimento, ma come spesa ludica) che non potrà frequentare né abitare non avendo il dono dell’ubiquità. Dimore sontuose che necessiterebbero di molte esistenze per essere fruite. E il suo motoscafo è sempre posteggiato in qualche porto, perché indaffarato come è, lo può utilizzare quindici giorni all’anno. Deve possedere elettrodomestici che per essere funzionanti richiederebbero studi approfonditi di elettronica che il nostro super ricco non potrà mai seguire a causa della sua desuetudine allo studio e a attività proprie dell’uomo. Come, per esempio, la lettura.
Infatti, l’altolocato non ha alcuna propensione per quelle che sono le attività “proprie” dell’uomo, come direbbe Aristotele. L’Altolocato non legge, non studia, va poco al cinema, mangia troppo o troppo poco, non ama, non soffre se non per sciocchezze, è ipocondriaco, fa poco l’amore e con l’ausilio di eccitanti o di protesi. A volte fa sport, frequenta la sua palestra e il suo personal trainer, il suo dottore e il suo cuoco, diviene magari muscoloso (se ha consuetudine con la fatica, più spesso con il nandrolone), ma non è in grado di crescere sul piano morale e delle responsabilità. Resta un adolescente inquieto anche a quaranta, cinquanta, sessant’anni, un eterno ragazzo irresponsabile.
L’ideale di vita che viene presentato a cascatella a partire dai VIP, quindi con ricchezza decrescente di divertimenti per tutte le classi, è una specie di giardino incantato dove tutti aspirano alla regressione all’infanzia e giocano, con auto di lusso, pupe bellissime e facilissime (questo per pochi), corse a velocità altissima su piste private o all’alba in superstrada, champagne a fiumi, coca per tutti, sesso sfrenato, un eterno luna park senza tempo e senza limiti, dove ognuno, sempiterno Peter Pan può godere senza responsabilità, in un eterno sottosviluppo mentale. Per poco, perché il fisico degenera e diviene polvere! E via digradando e degradando (non verso il lago, con buona pace della Rosetta Giannetta Alberoni!), con sempre minori mezzi, dal modello augusto e ideale frequentabile solo dagli upper upper (come diceva il buon Vetter) giù fino ai limiti della middle class e oltre….
Ma questa ideologia da Peter Pan ritardato (che già lui di suo non era geniale), che non a caso si ispira nel nome a un dio minore, vacuo e non risolto, è l’ideologia dell’eterna giovinezza, bellezza e irresponsabilità, una fede nell’apparire, nell’avere a disposizione, nel godimento eterno. Quella che anche Maometto propone quale premio per gli uomini probi nel paradiso delle urì. Nulla a che vedere con il paradiso dei Pellerossa, dove Manitou garantisce agli “uomini veri”, cioè ai Pellerossa, le stesse attività che ne hanno caratterizzato la vita, la caccia al bufalo, il tepee, le donne. E’ evidente che il Pellerossa aveva una vita autentica, nella quale si riconosceva, che realizzava la sua anima e la sua personalità, in una parola, una vita adeguata. E il suo mondo ideale dopo morto rispecchia questa autenticità. Quello del Pellerossa è il mondo semi-naturale di cui parla Rousseau nel Discorso circa l’origine della disuguaglianza fra gli uomini, in quella fase di passaggio dalla pesca e caccia all’agricoltura, quando si formano i primi sentimenti ma non esiste la proprietà del suolo, in cui i rapporti sociali sono ancora autentici. Quella fase che Rousseau definisce “forse l’unica felice per l’uomo”.
Ma per noi anime perse, invece, il Paradiso ci deve garantire il contrario di quello che abbiamo perseguito in vita. Qui in Occidente tutti desiderano la festa perenne in vita e quindi la nostra religione ci garantisce, nella migliore delle ipotesi, di stare fermi su una nuvola a cantare le lodi del Signore. Cioè, della sublimazione del Padrone che tanto ci ha rotto le palle in azienda. In vita non siamo stati mai fermi. Adesso fermi sulla nuvola, siamo stati materialisti, avidi, egoisti. Ecco che dobbiamo lodare un altro (dio) di fronte al quale siamo oggettivamente delle merde, e privarci di tutto quello che ci è piaciuto. Quindi, stai là, e canta le lodi. Che magari per i primi diecimila anni è anche divertente, poi, credo che, come minimo, venga a noia.
Questa vita si riduce, per le classi alte, all’ideale orgiastico e iperconsumistico di una eterna deboscia per decerebrati, impossibile da reggere per limiti di ogni tipo. Per gli altri invece si manifesta nell’ideologia del consumismo volgare secondo possibilità, con progressivo senso di estraniazione dagli oggetti (compresi gli altri individui che, data la inautenticità dei rapporti sociali, vengono vissuti come meri concorrenti senza vera profondità. Uomini di carta), di alienazione e di follia progressiva, il che vuol dire nel progressivo e patologico distacco dalla realtà, in una condizione di ignara inconsapevolezza, nella rinuncia ad essere uomini a più dimensioni, nella rinuncia al giudizio critico, al pensiero che riflette, all’intelletto e alla ragione. Non solo, nella rinuncia e nella devoluzione da quello che caratterizza in primo luogo l’uomo, cioè, il giudizio morale, la distinzione fra il bene e il male. In questo modo e secondo questo modello e il suo protocollo, l’umanità finisce per dividersi in tre rilevanticategorie: a) i paranoici, vale a dire, i ricchi che abitano le loro venti o cento ville a testa sparse nel mondo, i duecento appartamenti, gli alberghi diciotto stelle, e b) gli altri ceti (medi e mediobassi, comunque anche con accesso minimo alle risorse), che per autodifesa, automatismi, estraniazione, alienazione, reificazione sviluppano comportamenti che tendenzialmente possiamo definire schizofrenici. (Canetti) ( R,DLaing, La politica dell’esperienza); c) quelli che una volta venivano chiamati sottoproletari e che oggi possiamo individuare come sub-umanità, oppressa da fame, malattie endemiche, malattie nuove, sopravvivenza garantita dalla gestione delle enormi pattumiere formatesi alle porte della megametropoli.
Ecco come mai l’ideologia del lavoro finisce così per diventare l’ideologia del lavoro alienato, del guadagno sempre inadeguato, perché in funzione dell’ideale del consumo senza limiti e della totale assenza della coscienza. Mentre l’Altolocato cerca di esercitarsi nell’orgia continua, nel consumo paranoico di ricchezze enormi, nella continua tensione di dimostrare la propria esistenza continua, e per questo utilizza “anche” la cocaina, il manager, che deve lavorare per sostenere e giustificare il proprio alto livello di consumi prende cocaina per continuare a lavorare.
Un esempio per tutti. Quello del grande manager di successo, saturo di donne bellissime e di denaro, di successo, di continua esposizione mediatica che nella sua faraonica villa o forse solo nell’ultima di molte, ha tappezzato il suo studio (?) con una meravigliosa libreria ricolma di libri meravigliosi. Che male c’è? Nessuno, ovviamente, ma l’unica cosa vera, esistente di questi libri e queste enciclopedie, l’unica cosa reale è… la copertina. Dentro non c’è nulla. Pagine bianche. A volte nemmeno le pagine. Questa è la metafora perfetta del grande abbiente Altolocato, l’uomo di successo. Un tipo che è pura immagine, una bella copertina dentro cui, come nella libreria del manager, non c’è niente, niente di niente. Per lui persino la cultura è solo l’immagine dell’immagine.
Egli è’ ancora peggio del collezionista, il quale raccoglie e colleziona reperti culturali, senza utilizzarli, ma solo perché li considera un valore riconosciuto dagli altri. O perché nel suo estremo egoismo vuole essere il solo che li gode (ma qui siamo già in un altro ambito). Questo invece va ancora oltre. Egli finge di raccogliere reperti. Se quello finge di essere colto, questo finge di essere uno che finge di essere colto. E’ pazzesco! Appunto. Folle. Cioè fuori di sé.
Eppure, la produzione è l'essenza dell'uomo. E l'uomo produce anche quando è liberato dal bisogno, anzi, produce veramente soltanto quando è libero da esso. Il momento orgiastico (che non sottovaluto affatto fra le fonti di godimento), costituisce, appunto, solo un momento, nel ventaglio dei desideri e dei bisogni umani, mentre la produzione fa parte dell’essenza dell’uomo, per citare ancora Aristotele. Bisogna intendersi quindi sul senso della parola "produzione" e questo è possibile solo se la si libera, non interamente ma per quanto più è possibile, dalla categoria del profitto.
Nel lavoro estraniato l'uomo perde sia la sua essenza umana sia la sua essenza animale, è dunque estraneo a tutto se stesso. Ma questa essenza dove va a finire? Chi possiede il mio lavoro, questa che dovrebbe essere la mia essenza vitale e umana? Chi si appropria di me stesso e mi mangia e ciuccia fino ridurmi una poltiglia informe? Chi è la sanguisuga?
Il capitalista, il padrone, l'insieme dei capitalisti, il capitalismo imperiale internazionale. Il Generale, il Grande Politico, il Gangster, il Mafioso, occidentale e orientale, il capo dei servizi segreti e via enumerando. Ma non troppo. Costoro governano un sistema che gli ha preso la mano, che li costringe al super ghetto, a crudeltà inaudite, che ovviamente pagano in termini di umanità e spiritualità, che li riduce a grottesche caricature dell’uomo… ma che gli piace tanto per i privilegi che garantisce. E comunque non sarebbero in grado né di modificare né di fermare questo “sistema”. Questa oligarchia ha conquistato senza mediazioni il potere economico e il potere politico. Ma la sanguisuga impone anche e soprattutto la sua ideologia del lavoro e della subordinazione, una ideologia totalizzante per la quale "tutti" vivono all'interno della mentalità imperiale, capitalista, aziendale, che tutti contribuiscono a elaborare, perpetuare, articolare, difendere.
Come nel caso, per esempio, della nuova truffa della "qualità totale".
Fuori dall'azienda, nella vita quotidiana, chi gode la qualità totale della vita? Chi sta nella reggia e viaggia sulla Mercedes o il fuco che abita nell'alveare e usa i mezzi pubblici? Chi vive asserragliato nella torre eburnea dell' immensa ricchezza o gli abitanti delle metropoli assediate dalla spazzatura?
La legge del capitalismo impone la divisione del lavoro, cioè, la divisione dell'uomo, del lavoratore dal suo spirito, ma soprattutto la crudele separazione fra chi lavora e chi gode. Questa legge produce la parcellizzazione dell'anima, lo smarrimento dei valori umani, l'incertezza, la non-conoscenza. Che non è nemmeno più l'ignoranza. E', ormai, il possesso di informazioni errate, la dipendenza ideologica, la disinformazione per eccesso di informazioni, l'impossibilità di formarsi categorie di giudizio, l'impossibilità di non prendere lucciole per lanterne.
Se l' attività produttiva per la maggioranza è un tormento, per qualcun altro deve essere un godimento, deve essere la gioia della vita altrui. Infatti, è il grande capitalista a godere e anche il piccolo in parte (come abbiamo visto anch’egli, il capitalista, condizionato dalla macchina che ha creato).
Sintetizzando icasticamente il concetto, il mio caro amico Walter, direttore di un Supermarket, diceva del proprietario :" io lavoro, lui incassa! Questo mi fa impazzire! Io lavoro e maneggio i soldi, e lui li deposita con molto sussiego sul suo conto corrente!".
Così, il lavoratore che si annienta nella produzione, elegge il suo sovrano, fonda il dominio "di colui che non produce" sulla produzione e sul prodotto. Non solo ma ne resta talmente affascinato e soggiogato da trovarlo persino simpatico e umano. Non appena per qualche attimo smette di tenere atteggiamenti dispotici e prevaricatori. Cioè, non appena smette di fare lo stronzo.
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Lavoro - In questa organizzazione sociale, il lavoro, considerato in se e per se, dovrebbe avere una valenza meramente difensiva, dovrebbe essere uno strumento per soddisfare bisogni elementari, per la sopravvivenza. Bisognerebbe sapere che quanto viene fatto in più soddisfa bisogni estranei, serve prima di tutto a soddisfare l'arricchimento, l'accumulazione e il piacere altrui. Per essere chiaro, del padrone. Chi si comporta in modo difensivo nei confronti del lavoro dimostra di essere sano di mente, cioè, dimostra di amare la propria coscienza genuina e quindi di avere una filosofia "anti aziendale", e viene considerato un sovversivo, un virus da eliminare, forse, addirittura un pazzo.
In un altro contesto, non so definire quale, il lavoro dovrebbe dare una sensazione di utilità sociale e di soddisfazione personale. Invece, in questo contesto, quello del capitalismo e dell’impero, l'atteggiamento "produttivo" è solo il frutto di una coscienza malsana, riflette l’adesione all'ideologia aziendale, a disvalori basati sull'egoismo, l'individualismo agonistico e l'inconsapevolezza, l'insensibilità sociale, l'aggressività contro il compagno di lavoro. Il temibile potenziale "concorrente". In una parola, esprime la sottomissione all’ideologia materiale del capitale.
Lavoro - Non vi è scampo. L'attività produttiva, che dovrebbe essere uno degli elementi qualificanti dell' uomo, è diventato il mezzo per incassare la quantità di denaro qualificante socialmente e personalmente, cioè la quantità di denaro che consente l’acquisto di beni di consumo che qualificano socialmente, che consente uno stile di vita volto a soddisfare bisogni fittizi e idioti, suggeriti da media asserviti e ipnotici ai quali nessuno sfugge. Che servono ad affermare se stessi vendendosi, in una catena di frustrazioni alienante e alienata che sancisce il momento della coscienza falsificata. Gli altri aspetti della nostra personalità, legati a bisogni naturali come mangiare, dormire, fare all'amore, sono ridotti anche questi a momenti di consumo indiscriminato, secondo liturgie stabilite dal media, o dai modelli eccelsi (i vip) oppure sono considerati alla stregua di attività stupide e improduttive.
A questo meccanismo diabolico che incatena la vita a schemi di comportamento assurdi, basati sulla rinuncia a quelli che sono i bisogni primari dell’uomo e sull’enfatizzazione di tutto ciò che è effimero e sciocco, non sfugge nessuno, nemmeno i più ricchi.
Non sfuggono nemmeno coloro che ritengono di essere soddisfatti del loro lavoro: ricconi sfondati, creatori di ricchezze che gli va bene tutto quello che toccano, intellettuali, creativi, attori, registi, fotografi, creatori di moda, modelle/i, giornalisti…..
L’alienazione e la deprivazione di se colpisce tutte le categorie costringendo entro barriere comportamentali sempre più rigide, assumendo l’aspetto di tic maniacali, fobie, incapacità di rapporti e così via. Certo questo, apparentemente è meglio che essere nella pelle uno zingaro rumeno o ungherese, o di un “balsero” dalla Tunisia o Libia o Albania o Turchia o Pakistan o qualsiasi altro paese sfigurato del mondo. Diciamo che non ne ha la quotidiana drammaticità. In costoro la spiritualità viene spazzata via da una vita randagia e miserabile, dalla quotidianità dello spavento mortale, talché spesso la loro (sono una percentuale alta di umanità) esistenza non è nemmeno paragonabile a quella delle gazzelle Taylor nella savana. Perché le Taylor, almeno, finchè non avvertono il ruggito del leone oziano e pascolano tranquillamente.
Anche i vip hanno le loro barriere, un elevato livello di alienazione, frustrazioni a mala pena ricompensate da atteggiamenti paranoici e da un elevato consumo di coca.
Cosa costringe il ricco a stressarsi sempre sul jet per visitare le venti o trenta ville che ha in tutto il modo? Perché le possiede? Non potrà vivere più di una vita. Cosa è se non un acquisto dettato da una spaventosa ansia, una febbre da possesso incoercibile, una nevrosi da acquisto che suoni conferma della propria esistenza? Il denaro, quando è troppo, prende il sopravvento sul suo possessore e lo possiede, anima e corpo, lo devasta e lo annulla. E la sua, del ricco, diventa una esistenza essenzialmente votata a dimostrare la propria esistenza. Infatti, deve dimostrare di esistere e di non essere solo una appendice del proprio capitale. Un accessorio, Come in fondo è vero e anche giusto, perché è evidente che la maggior parte dei suoi averi gli sopravviveranno, in un modo o nell’altro! E per quanto ammassi, compri, abbia, possegga, consumi..…..rimarrà sempre e solo se stesso. Uno. Uno solo. Per quanti schiavi abbia intorno avrà una sola vita e per quanto possa comandare potrà solo o fare molto danno agli altri e allora sarà odiato e considerato una merda da tutti quelli che hanno pensieri sani, o farà del bene. E in questo caso sarà apprezzato solo nella misura in cui si disfarrà dei suoi averi, che gli donano tanto piacere e che gli hanno rubato l’esistenza. Non solo, ma vivrà nella torre più o meno eburnea dove non riuscirà mai a capire se il figlio gli sorride pensando all’eredità o se gli vuole bene davvero e lo stesso per la giovane moglie (la vecchia l’ha “data dentro” da tempo), sorella eccetera. |
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- In questo "sistema", purtroppo dominante, il lavoro, a qualsiasi livello, è solo estraniazione. A tutti i livelli dell'attività produttiva il lavoro è alienazione attiva, cioè, alienazione dell'attività, attività dell'alienazione. Insomma, è un mostro che si nutre della mente e del corpo. Il lavoratore non si afferma ma si nega nel suo lavoro, non libera energie ma "sfinisce il suo corpo e distrugge il suo spirito".
Questo processo di dissoluzione poi si risolve in diversi livelli. La sofisticazione ideologica della filosofia materiale del capitalismo sa come rimescolare le carte in modo abietto e sublime.
Da un lato il lavoratore si sente alienato nel lavoro, di conseguenza solo quando è fuori dal lavoro si sente presso di sé, è a casa propria se non lavora e se lavora non è a casa propria (Marx). Quindi solo nel tempo libero ci si sente presso di se e felici, coltivando le proprie “passioni”. Di qui la “filosofia” del tempo libero, della vacanza, del week end.
Dall' altro l'ideologia aziendale rifornisce (munisce) il lavoratore di una coscienza di riserva (cioè, una falsa coscienza) un tradimento di se stesso che lo porta a identificarsi con il suo lavoro alienato e con l'azienda, e a considerare "tempo perso" tutto quello che non trascorre in azienda. |
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Quadri e bruchi - E i quadri dirigenti? I manager? Non navigano in acque migliori. Intontiti da anni di Bocconi, di corsi di formazione, di Masters dall’altra parte del mondo che insegnano a essere servili coi potenti e crudeli con i deboli, i nuovi kapò inseguono il sogno della loro affermazione, scimmiottando dirigenti più stupidi di loro, più alti in grado, per ritrovarsi all’apice ma già vecchi a quaranta, fuori gioco a cinquanta (al massimo), messi da parte come scarpe vecchie, incalzati dalle nuove risorse trentenni, prepotenti, avidi e egoisti.
Lavoro, lavoro, lavoro. La mistica del lavoro si trasforma in un dovere. "Vivo per lavorare, non lavoro per vivere", dichiarano senza orrore i fedeli della Work Church, tentando di porre una netta linea di demarcazione fra se stessi e gli altri. Intanto, la vita vera scorre sotto altri ponti, il "potere" conquistato vendendo l’anima (o la sua immagine) diviene sempre più effimero. Una volta fuori dall’azienda la mistica del lavoro comincia a rivelare il suo drammatico segreto, appare sempre più evidente che ha solo coperto il danno prodotto dall’azienda, che ha spolpato l’anima dello sventurato, fino a farla svanire e svanendo essa stessa nel momento in cui l’azienda diviene per lo sventurato un labile ma pervicace ricordo. Un ‘immagine sempre più sfumata e quasi venata dei colori della nostalgia. A quel punto resta solo una carcassa, un involucro il cui contenuto è stato risucchiato dall'azienda, un ectoplasma irrigidito, crisalide di un bruco che non ha mai messo le ali. |
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Marx 1 lavoro - Eppure Marx, qualche idea sul "lavoro" l'aveva elaborata. Il lavoratore, nel sistema capitalistico (l'unico possibile?), si annulla. Il prodotto del suo lavoro si contrappone al lavoratore come un essere estraneo, come una potenza indipendente da colui che lo produce. L'alienazione del lavoratore, nel suo lavoro e nel suo prodotto, consiste nel fatto che non solo il suo lavoro diventa un oggetto (estraniazione), ma che esso esiste all'esterno, indipendente da lui, estraneo, una potenza a se stante. Il lavoro "Produce palazzi, ma per l'operaio spelonche. Produce bellezza, ma per l'operaio deformità. Sostituisce il lavoro con le macchine, ma ricaccia una parte degli operai in un lavoro barbarico e trasforma l'altra parte in macchina. Produce raffinate costruzioni dello spirito, ma all'operaio sono riservati idiozia e cretinismo." (Ivi,p.74).
Non è che sia cambiato gran che. Non solo per i mitici terzo turnisti della Fiat, o quelli che lavorano di notte. Ma anche per gli impiegati delle grandi aziende, quelli ai quali viene richiesta l'identificazione con l'azienda. Quelli costretti, e più spesso non costretti a dire, "noi dell'Olivetti", “noi della Pirelli”, noi della Hewlet”, “noi della Banca Tal dei Tali” ecc. Voi chi? Staccate forse le cedole semestrali degli utili? O dovete lavorare nove ore al giorno al tavolo, davanti al computer senza alzare la testa?
Ma perché tante distinzioni! Ci siamo dentro tutti. Tutti siamo invischiati in questo globo appiccicoso che ci costringe a comportamenti uniformi, a desideri di massa, a sordidi rituali. Il sadico in telecamera che spiana il mezzo di sostentamento in faccia al malcapitato/tata al quale hanno appena fatto a pezzi il figlio inquadrandogli il naso e il labbro, il sadico che di fianco a lui gli chiede “che emozione si prova”, il nazista che riassume il titolo del TG, la vittima masochista che non può sottrarsi, tutti facciamo parte del sistema che ci produce e riproduce, per il quale veniamo al mondo e andiamo all’altro mondo. Il potere Tv è così avvolgente da travolgere tutto e divenire l’unico significato della realtà, l’immagine ha divorato il reale che si è ridotto all’immagine di se stesso, la quale si è resa autonoma da chi l’aveva originariamente prodotta. Solo chi produce immagini è reale, ma anche lui ne dipende ed esiste realmente solo finché riesce a rimanere colui che produce immagini. |
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Trenta denari - Tento di osservare, di "leggere" con attenzione la realtà circostante. Un caleidoscopio di immagini mi rimanda a un mondo che sembra un film dell'orrore. Come distinguere le colpe e i meriti, come attribuire le responsabilità?
Contemplo tutta la calda e bella coltre di escrementi nella quale ci avvoltoliamo. E scopro di essermi sbagliato. Non si tratta, come pareva, di liquame, è oro.
L'aurum della spiritualità dell' Occidente, “il turbine dell’oro” che tutto travolge, l'essenza della "società dei consumi", il dio successo, il "ce l'ho fatta!", l'infame notorietà, gli adorati oggetti, che tutti bramano vedere, toccare, possedere, invidiare, ciucciare, adorare, desiderare. La torbida, viscosa magia che dà un senso preciso alla vita e che, nello stesso tempo, sancisce la definitiva superiorità della "civiltà" tecnologica: i moderni trenta denari (ma anche molto meno) per i quali tradiamo noi stessi. |
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Sviluppo - Si è scoperto che il "modello di sviluppo" dell'Occidente, cioè il Capitalismo Imperiale, è "l'unico" e quindi il migliore. Come il Papa, ne sono spaventato. Mi guardo stranito allo specchio cercando la mia identità, cerco di capire il senso e il valore di una esistenza che si accende come un cerino e che si consuma senza sapere a chi devo il piacere di bruciare, senza capire perché bisogna avere un “modello di sviluppo”. Il modello va bene, ma perché “di sviluppo?”. Nessuno si accorge che si tratta solo di sviluppare il conto in banca dei soliti duemila Padroni del mondo? Non potrebbe invece essere un modello di crescita settoriale? Per esempio di tecnologie sulle macchine intelligenti? Se si elimina o comunque riduce il profitto, non è possibile pensare a un mondo senza lavoro o quasi? Il lavoro viene svolto dalle macchine e gli uomini costruiscono se stessi e sviluppano la cultura necessaria per fare funzionare le macchine e non perderne il controllo. Poco lavoro, poco reddito, poche spese. |
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